Gian Maria Volonté nasce a Milano ma trascorre i primi vent’anni della sua vita a Torino.

Non sorprende, dunque, che la biografia Gian Maria Volonté sia nata proprio in quella che è anche la mia città, camminando tra le stesse strade che lo videro bambino e, più tardi, giovane attore agli esordi.
In questa pagina ne ripercorro brevemente la vita; chi desidera approfondire può far riferimento alla mia biografia, pubblicata da add editore nel 2018.
Le origini della famiglia Volonté
Alla fine dell’Ottocento la famiglia Volonté si trasferisce da Saronno a Milano in cerca di migliori opportunità. Il 15 agosto 1901 Francesco Volonté sposa Angela Tadini. Dalla loro unione nascono cinque figli: Luigi, Angelo, Teresa, Mario e Franco.
Francesco lavora nel campo delle commissioni bancarie e di borsa, riuscendo a costruire un discreto patrimonio. La situazione economica cambia però drasticamente alla fine degli anni Venti: la grande depressione lo costringe a chiudere l’ufficio e a liquidare le proprietà per far fronte ai debiti con i clienti.
Mario Volonté
In quel momento decisivo, Mario – che aveva seguito sin dagli inizi il nascente movimento fascista, partecipando a soli sedici anni alla marcia su Roma e arruolandosi in seguito nella Milizia volontaria per la sicurezza nazionale – abbandona la camicia nera e si mette alla ricerca di un impiego. Conosce Conosce Carolina Bianchi, figlia di un industriale milanese, e nonostante l’opposizione del padre della ragazza, i due si sposano nell’aprile del 1932. Si stabiliscono in via Solferino 35, non lontano dalla sede del «Corriere della Sera». Grazie all’aiuto del suocero, Mario intraprende l’attività di rappresentante di commercio, viaggiando per il Nord Italia con un campionario di profumi.

Nasce Gian Maria Volonté
Il 9 aprile 1933 nasce il primo figlio di Mario e Lina. Battezzato nella chiesa di Santa Maria Incoronata con il nome di Giovanni Maria Romano, all’anagrafe viene registrato – contro il desiderio dei genitori – come Gianmario, anche se sarà chiamato fin da subito Gian Maria.
Poco dopo, per ragioni economiche non del tutto chiarite, Mario e Lina lasciano Milano e si trasferiscono a Torino. Allo scoppio della guerra d’Etiopia, Mario abbandona il lavoro e rientra nella Milizia come volontario per l’Africa Orientale, da cui farà ritorno solo dopo la proclamazione della vittoria, il 9 maggio 1936.
Torino
Il 3 febbraio 1939 nasce il secondogenito, Claudio Aurelio Fausto Maria. Grazie alle ottime vendite di un detersivo da bucato, la famiglia Volonté può migliorare sensibilmente la propria condizione economica e trasferirsi in un elegante appartamento in via Carlo Alberto 44.

Mario Volonté in carcere
Nel luglio del 1944 viene costituita la Brigata Nera Ather Capelli, un’unità militare impiegata nella lotta antipartigiana. Mario Volonté ne assume il comando della Squadra Pantera e, nell’ottobre dello stesso anno, viene promosso tenente con l’incarico di costituire un presidio a Chivasso.
Il 15 novembre 1944 è denunciato per malversazioni e soprusi contro la popolazione ed espulso dal Partito, accuse che respingerà sempre. Trascorre gli ultimi mesi di guerra in carcere, venendo liberato dopo il 25 aprile 1945.
Il 7 agosto 1945 viene arrestato nuovamente e condotto nel campo di concentramento di Coltano. Tra le imputazioni più gravi figura quella di aver causato la morte di tre persone durante due rastrellamenti. Il 27 novembre 1946 la Corte d’assise di Torino lo condanna a trent’anni di reclusione.
Gian Maria Volonté in Francia
Nella primavera del 1947, mentre frequenta la seconda media, Gian Maria abbandona gli studi e comincia a lavorare in alcuni alberghi di Torino e provincia per sostenere la madre e il fratello.
Due anni più tardi lascia Torino per il sud della Francia, dove trova occupazione nei campi e nella raccolta delle mele. Dopo alcuni mesi, privo di documenti, viene fermato e condotto in un istituto per minori di Marsiglia. Con l’aiuto dell’Esercito della Salvezza e di un amico di famiglia, rientra in Italia alla fine di agosto del 1950. Ma l’addio definitivo a Torino è solo rinviato.
La prima volta sul palcoscenico
Volonté inizia a frequentare lo Studio Drammatico Internazionale I Nomadi, scuola di recitazione fondata da Edoardo Maltese. Non può permettersi l’iscrizione regolare ai corsi, ma partecipa agli spettacoli della compagnia.
Antigone di Jean Anouilh, rappresentata il 20 aprile 1951, segna il suo debutto, seguito da due commedie brillanti messe in scena nel teatro di via Sacchi: La dea dell’infedeltà (Acidalia) di Niccodemi e La sculacciata di De Létraz. Il 22 luglio, dopo oltre centottanta rappresentazioni, la compagnia interrompe la propria attività.
Volonté ha scoperto il piacere di esprimersi attraverso corpo e voce. Nell’autunno del 1951 cerca una nuova compagnia e, non avendo accantonato l’idea di lasciare Torino, si rivolge al carro di Tespi del cavalier Ruta, a capo dell’omonima compagnia itinerante lombardo-piemontese.
Inizialmente impiegato come aiutante di scena, solo dopo alcuni giorni ottiene piccoli ruoli. Il repertorio è vastissimo: La fiaccola sotto il moggio e La figlia di Iorio di d’Annunzio, La morte civile di Giacometti, La maestrina di Niccodemi, tra molti altri titoli.
Volonté trascorre mesi interpretando ruoli via via più impegnativi, finché, in una sera d’autunno del 1952, nel mezzo di una rappresentazione, decide di lasciare la compagnia.

Volonté ha solo vent’anni, ma mostra già talento e determinazione. Alfredo De Sanctis, ultimo maestro della tradizione tardo-ottocentesca, lo scrittura nella sua compagnia. La sua recitazione sarà profondamente influenzata tanto da questa esperienza quanto da quella maturata nei Carri di Tespi.
Terminata la stagione con De Sanctis – che muore nel gennaio del 1954 – Volonté si trasferisce a Roma coltivando il sogno di entrare all’Accademia d’Arte Drammatica.
Il corso dell’Accademia dura tre anni. Gli allievi più meritevoli ricevono borse di studio da 40.000 lire; inizialmente Volonté non è tra questi e, per mantenersi – sebbene il regolamento lo vietasse, pena l’espulsione – accetta piccoli ingaggi presso compagnie a gestione familiare.
Introverso, con una marcata cadenza torinese e un modo di stare in scena plasmato dalle precedenti esperienze, non incontra subito il favore di tutti i docenti. All’inizio del secondo trimestre, tuttavia, l’ostracismo si attenua: i voti migliorano e arriva anche la sospirata borsa di studio.
Partecipa da protagonista al saggio di regia della collega Vilda Ciurlo, ma non è certo se abbia conseguito il diploma. Le esperienze accumulate e i tre anni di insegnamenti dell’Accademia contribuiranno comunque in modo decisivo alla crescita del suo talento.
Gian Maria Volonté a Milano e Trieste
Conclusi gli studi, Volonté entra nella compagnia del Sant’Erasmo di Milano, dove conosce il regista fiorentino Franco Enriquez. Nella stagione 1958-59 Enriquez lo inserisce tra gli attori del Teatro Stabile di Trieste, ambiente fertile in cui Volonté ha modo di confrontarsi con artisti e professionisti di grande rilievo.
Poco prima della chiusura della stagione dirige e interpreta L’ultimo nastro di Krapp di Samuel Beckett al club La Cantina di Trieste, una vera e propria anteprima nazionale.
«L’idiota»
Il 6 giugno 1959, in una chiesa della periferia milanese, Volonté sposa Tiziana Mischi, giovane attrice diplomata alla scuola del Piccolo Teatro.
Dopo un’estate priva di scritture, i problemi economici trovano una svolta grazie all’incontro con Giorgio Albertazzi, che lo sceglie per il ruolo di Rogozin nello sceneggiato televisivo L’idiota. Trasmesse dal 26 settembre al 17 ottobre 1959 sul Programma Nazionale (Rai 1), le puntate diventano uno dei maggiori successi televisivi dell’epoca.
Nel 1960, dopo il teatro e la televisione, il cinema entra nella vita di Volonté e finisce per prenderne il sopravvento. Questo passaggio è determinato da alcune circostanze sfavorevoli ma anche da incontri decisivi, come quello con l’agente Fausto Ferzetti, con cui instaurerà un rapporto professionale durato oltre vent’anni.
Per il suo debutto in Sotto dieci bandiere di Duilio Coletti, prodotto dalla Dino De Laurentiis Cinematografica, riceve un compenso di 1.200.000 lire. Sul set conosce Carlo Lizzani, responsabile della seconda unità, e il suo aiuto, Giuliano Montaldo: registi che diventeranno punti di riferimento importanti nella sua carriera.
Gian Maria Volonté e Carla Gravina: Romeo e Giulietta
Nell’estate del 1960 Franco Enriquez chiama Volonté per interpretare Romeo nel dramma shakespeariano che andrà in scena a Verona. Il ruolo di Giulietta è affidato a Carla Gravina.
Dalla loro conoscenza nasce una relazione intensa e romantica, che porta alla fine del matrimonio tra Volonté e Tiziana Mischi. La storia suscita scandalo e attira rapidamente l’attenzione dei rotocalchi.
Un anno più tardi, il 3 luglio 1961, dalla nuova unione nasce Giovanna.
I fratelli Taviani scoprono Volonté durante una rappresentazione teatrale di Sacco e Vanzetti e lo scelgono per interpretare Salvatore Carnevale in Un uomo da bruciare (1961), il suo primo ruolo da protagonista al cinema.
Due anni dopo arriva Il Terrorista di Gianfranco De Bosio. Entrambe le pellicole vengono presentate alla Mostra del Cinema di Venezia riscuotendo apprezzamenti dalla critica.
Il 10 giugno 1963 Carla Gravina, Ilaria Occhini, Corrado Pani, Luca Ronconi e Volonté annunciano la costituzione di una compagnia di prosa. Il debutto avviene il 7 dicembre al Teatro Verdi di Pisa, con un tutto esaurito, mettendo in scena La putta onorata e La buona moglie di Goldoni, fuse in un unico spettacolo.
Pochi giorni dopo il trasferimento al Teatro Valle di Roma, però, il pubblico comincia a diminuire e la compagnia sospende le repliche. Nel giro di breve tempo, all’interno del gruppo si crea una frattura profonda che porta allo scioglimento della compagnia. La rottura avrà conseguenze durature: per quasi vent’anni Volonté non tornerà sul palcoscenico degli stabili.
Il Teatro Scelta
Nel gennaio 1964 Volonté fonda una compagnia di teatro militante insieme a Carlo Cecchi, Claudio Meldolesi e altri amici. Il gruppo passa alla storia per il tentativo di mettere in scena, in via Belsiana 48 a Roma, Il Vicario di Rolf Hochhuth. L’opera – almeno nella capitale – non verrà mai rappresentata: a eccezione di una semplice lettura, il progetto viene bloccato dalle forze dell’ordine nel rispetto del Concordato del 1929.
Da Sergio Leone a Elio Petri.
Nella primavera del 1964 Volonté partecipa a un western diretto da un regista allora semisconosciuto. Nei titoli e nei manifesti compaiono pseudonimi anglosassoni per evitare che la percezione dell’italianità possa danneggiare il film. Le prime proiezioni non sembrano promettenti, ma il passaparola inverte la rotta e l’opera si rivela un successo.
Mentre il western macina incassi, Volonté diventa sempre più richiesto. Nei due anni successivi gira otto film, tra cui Per qualche dollaro in più, L’armata Brancaleone di Mario Monicelli e Quién sabe? di Damiano Damiani.
Nel 1967 arriva A ciascuno il suo, che consacra Volonté come uno degli attori più significativi del cinema italiano e inaugura una nuova stagione di collaborazione con Elio Petri e Ugo Pirro.
Gian Maria Volonté tra amore e rivoluzione
Tra il 1967 e il 1973 Volonté interpreta diciotto film, diventando il simbolo di quello che verrà definito – non senza il suo disappunto – “cinema politico”. Sollima, Damiani, Lizzani, i Taviani, Godard, Melville, Bellocchio sono alcuni dei registi con cui lavora, ma è soprattutto con Montaldo, Rosi e Petri che raggiunge le vette più alte della sua arte (la filmografia completa è disponibile in questa pagina). Questa stagione coincide con il suo legame sentimentale con Armenia Balducci e con un’intensa partecipazione sociale. Volonté diventa portavoce della SAI, la Società Attori Italiani, impegnandosi in particolare sulla questione dell’inscindibilità voce-volto.
Non solo cinema: torna anche al teatro, seppur in forma non convenzionale. Con un gruppo numeroso di attori – non tutti professionisti – compie una serie di azioni nelle piazze di Roma, ispirandosi ai fatti di attualità e sperimentando forme nuove di intervento performativo.

Il commissario Gian Maria Volonté
Dopo il rifiuto di Metti, una sera a cena (leggi i dettagli) Volonté torna a lavorare con Elio Petri. Indagine su un cittadino al di sopra di ognisospetto – uno di quei casi in cui il cinema entra in cortocircuito con la realtà, anticipandola – consacra definitivamente Volonté tra gli attori italiani più noti al mondo. La pellicola riceverà il premio Oscar come miglior film straniero nel 1971.
Il sodalizio Gian Maria Volonté – Francesco Rosi
Il biennio 1969-70 segna un momento decisivo nella carriera di Volonté anche per l’avvio della collaborazione con Francesco Rosi e Giuliano Montaldo.
Nell’ottobre 1969 Rosi e Volonté si ritrovano nella Jugoslavia di Tito per girare Uomini contro, tratto da Un anno sull’altopiano di Emilio Lussu.
L’anno successivo l’attore interpreta Bartolomeo Vanzetti in Sacco e Vanzetti di Giuliano Montaldo, film che chiude la selezione ufficiale del Festival di Cannes 1971 con una calorosa accoglienza.
Tra i due progetti, Volonté debutta anche sulla scena francese partecipando a Le cercle rouge di Jean-Pierre Melville. L’apporto dell’attore è notevole, così come quello degli altri interpreti: Alain Delon, Yves Montand e André Bourvil, tre protagonisti che completano un cast di prima grandezza.
Una Palma per due
Smessi i panni di Vanzetti, Volonté indossa quelli di «Massa Ludovico, detto Lulù» in La classe operaia va in Paradiso di Elio Petri.
Nella primavera del 1971 torna poi a lavorare con Rosi per Il caso Mattei, che ricostruisce l’ascesa e il tragico epilogo del presidente dell’Eni.
Il 4 maggio 1972 si apre il Festival di Cannes: entrambi i film sono in concorso e Volonté è considerato uno dei possibili vincitori. L’attore invia però alla Direzione e alla giuria un telegramma in cui dichiara il proprio impegno a denunciare la carcerazione di Pierre Clementi e l’espulsione dall’Italia di Lou Castel.
Negli ambienti cinematografici si diffonde l’idea che il telegramma abbia impedito a Volonté di ricevere il premio come miglior attore; la giuria opta invece per un Gran Premio ex aequo ai due film italiani. In ogni caso, il comitato sottolinea l’eccezionalità della sua interpretazione con una menzione speciale.
Fine della grande stagione del cinema politico
A metà dicembre del 1972, a Vicari, nel Palermitano, Volonté avvia le riprese di Lucky Luciano, terza collaborazione con Rosi. Il regista amava condurre Gian Maria nei luoghi di lavorazione per farlo entrare gradualmente nel clima del film, curando anche la preparazione fisica del personaggio.
Nello stesso anno esce Giordano Bruno, secondo e ultimo film di Giuliano Montaldo con Volonté protagonista.
L’attore chiude il 1973 con le riprese del terzo titolo dell’anno, Il sospetto, poi distribuito come Il sospetto di Francesco Maselli. Con questo film si conclude la fase più prolifica della sua carriera. Nei dieci anni precedenti il cinema d’autore italiano aveva interpretato in profondità i mutamenti sociali del Paese, ma una stagione si stava ormai chiudendo.
Volonté resta lontano dai set per oltre un anno, trascorrendo lunghi periodi in Sardegna, dove si dedica alla vela, passione coltivata da ragazzo e riscoperta in età adulta. Nel novembre 1974 si iscrive ai corsi di primo livello del Centro Velico di Caprera. Da quel momento l’arcipelago della Maddalena diventa per lui un luogo familiare.

Gian Maria Volonté consigliere regionale del Pci
Nel febbraio del 1975 Volonté parte per il Messico per prendere parte a Actas de Marusia del regista cileno Miguel Littín. Era stato tra i primi a manifestare solidarietà agli esuli cileni e ad aiutarli concretamente. Il film, che racconta la sanguinosa repressione di una rivolta dei minatori nel 1907, riceve la nomination all’Oscar come miglior film straniero e contribuisce alla causa cilena.
Nel frattempo i dirigenti di Botteghe Oscure gli propongono una candidatura alle elezioni amministrative. Dopo molte esitazioni accetta e il 16 giugno 1975 viene eletto consigliere regionale del Lazio con ventiseimila voti.
Volonté prende molto sul serio il nuovo incarico, ma l’entusiasmo iniziale si scontra presto con le difficoltà della politica. Dopo sei mesi rassegna le dimissioni.
Todo modo
Nel dicembre del 1975 Volonté ritrova sul set l’amico Elio Petri. Todo modo – ultima collaborazione tra i due e penultimo film del regista romano – è liberamente ispirato al romanzo di Leonardo Sciascia pubblicato l’anno precedente. Il film diventa un’accusa alla classe dirigente democristiana e al suo leader Aldo Moro.
Per la prima volta Volonté lavora accanto a Marcello Mastroianni, occasione che contribuisce a rinsaldare l’amicizia tra i due attori. La critica italiana giudica l’opera eccessiva nella narrazione e nello stile; secondo alcuni, avrebbe paradossalmente favorito la DC, nonostante le intenzioni opposte. Dopo l’assassinio di Moro, Todo modo viene di fatto rimosso dalla circolazione. Solo in anni recenti il film ha ottenuto la piena riabilitazione critica e pubblica.
Quando Gian Maria Volonté disse no a Federico Fellini
A metà degli anni Settanta furono almeno tre le proposte cinematografiche che Gian Maria Volonté rispedì al mittente. Il rifiuto più celebre riguarda Il Casanova di Federico Fellini. Una mattina squillò il telefono: era Fellini, con la sua voce sottile e stridula, che chiedeva di parlare con Gian Maria. Lui finse di non essere in casa. Lo fece per diverse telefonate, fino a quando i due si incontrarono. Volonté lesse la sceneggiatura e fece una smorfia: non si riconosceva nel personaggio e, soprattutto, non aveva alcuna intenzione di indossare una parrucca. Per la prima volta un attore osava dire no a Fellini.
Cristo si è fermato a Eboli
Nell’inverno del 1978 Gian Maria iniziò le riprese del nuovo film di Francesco Rosi, tratto da Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi. La lavorazione, da marzo a luglio 1978, fu lunga e impegnativa. Il film segnò un passaggio nella carriera di Rosi, inaugurando un percorso nuovo: un’opera antropologica che invitava a riflettere — non senza malinconia — sull’attualità della questione meridionale, ancora irrisolta. Secondo Rosi, tutto ciò fu possibile grazie a un tramite unico e raro: Gian Maria Volonté. Sullo schermo apparve un Carlo Levi riflessivo e silenzioso, osservatore attento del mondo che lo circondava. Una figura che anticipava una nuova fase artistica e personale dell’attore, ormai quarantacinquenne: quella della maturità.
La denuncia dei ventotto
Nel novembre del 1978 un gruppo di attori denunciò per truffa ai danni dello Stato alcune società che avevano richiesto il riconoscimento della nazionalità italiana per film girati in inglese e successivamente doppiati in italiano, così da ottenere contributi governativi non spettanti. La questione della tutela voce-volto era stata lungamente discussa nel decennio precedente, ma le promesse erano rimaste in gran parte disattese. La denuncia mirava a difendere il lavoro degli attori, spesso relegati al solo doppiaggio. La “denuncia dei ventotto”, come venne definita, non portò però risultati concreti. Per i firmatari più esposti iniziarono, invece, le liste di proscrizione.
Stark System
Sconfitti sul fronte sindacale, Gian Maria e Armenia dedicarono il loro tempo alla definizione di Stark System.
Il film racconta le angosce di un attore per caso: un ex poliziotto che, in seguito a un incidente di servizio, ha perso la sua voce virile sostituita da un falsetto. Volonté spiegò: «Si vuole ironizzare sullo Star System, ma Stark è il nome del protagonista, che è anche una star […]. Racconta le preoccupazioni e i fantasmi che rendono insonne un attore del filone poliziesco di serie B […]. La vita del protagonista è una vita fatta di angosce: l’angoscia di perdere il lavoro, di non piacere più al pubblico […].» Il film fallì al botteghino. Ricorda Sebastiano, figlio di Armenia: «Stark System fu la loro rovina economica. Alcuni, per ravvivare un rapporto, fanno un figlio: loro realizzarono un film. In un certo senso, lì si chiuse un periodo.»
La malattia
Una mattina di metà febbraio Gian Maria chiamò l’amico e medico Antonio Severini. Da alcuni giorni accusava un dolore. Una radiografia non evidenziò fratture, ma Severini notò qualcosa di anomalo. Nel mondo del cinema romano e sulla stampa circolarono subito notizie allarmistiche. Il 20 marzo 1980 Gian Maria fu sottoposto all’asportazione del polmone sinistro. L’operazione riuscì e dieci giorni dopo venne dimesso. Raccontò: «Ho passato un brutto momento, perché quando meno te lo aspetti, all’improvviso ti trovi alle prese con quello che è il male mitico di questo secolo. Una diagnosi definitiva non si può avere finché non ti aprono. Ho trascorso i venti giorni precedenti all’intervento in modo assolutamente anomalo. Puoi pensare tutto: è come se ti spegnessero di colpo tutte le luci, la vita diventa un’altra cosa. È difficile da raccontare.»
Girotondo
Il 20 ottobre 1981, a diciassette anni dalla sfortunata esperienza con la Compagnia dei Nuovi Giovani, Gian Maria e Carla Gravina tornarono insieme sul palco per interpretare Girotondo di Arthur Schnitzler. In un’alcova della Vienna di fine Ottocento, ricostruita dallo scenografo Mario Ceroli con richiami a Francis Bacon, Volonté ridusse le dieci coppie di amanti del testo originale a una sola, costruendo una messinscena circolare, ripetitiva, radicale e cupa. Al termine della prima, la maggior parte del pubblico contestò lo spettacolo. La critica lo definì noioso, privo di senso, fuori tempo massimo e quindi “vecchio”, con l’unico merito di durare un solo atto.
La mort de Mario Ricci
Dopo il disastroso Girotondo, la stagione 1982 si chiuse con le riprese di La mort de Mario Ricci di Claude Goretta, una produzione svizzero-franco-tedesca.
Volonté si immedesimò profondamente nel protagonista, Bernard Fontana, giornalista televisivo svizzero con una menomazione alla gamba e testimone impotente dell’involuzione sociale del proprio Paese: «Ho lavorato quasi due anni a questo film. Volevo arrivare in profondità a questo viaggio immobile, quasi senza gesti e senza parole, dentro un personaggio che coincide con ciò che sono io oggi: un uomo di cinquant’anni che è stato malato; che porta il segno di questa malattia, la mancanza di un polmone; che ha raggiunto una sua serenità, un suo piacere di vivere, guardando, osservando, riflettendo.»
La Palma d’Oro per la migliore interpretazione maschile
La mort de Mario Ricci fu presentato al Festival di Cannes nel maggio 1983. Dieci giorni dopo la prima, una mattina, squillò il telefono: la giuria aveva assegnato a Gian Maria la Palma d’Oro per la migliore interpretazione maschile.
Il tempo di acquistare un abito per la cerimonia, e Volonté tornò alla Croisette.
Il prestigioso riconoscimento, giunto dopo la malattia e l’insuccesso di Girotondo, obbligò la critica a riconsiderare la sua figura e il suo percorso artistico.
Sposarsi per dirsi addio
Dopo il fallimento economico di Stark System, Gian Maria dovette vendere la casa di Fregene; la Maddalena divenne il suo nuovo rifugio. Proprio lì si consumò un evento inatteso. Il 10 agosto 1983 Gian Maria e Armenia si sposarono civilmente, in una cerimonia celebrata dall’amico Checco nel salone del municipio, alla presenza di pochi invitati. Ma il matrimonio non segnò un nuovo inizio bensì una fine. I due non sarebbero più stati una coppia, e tuttavia il matrimonio li avrebbe legati per sempre.
CONTINUA… [Pagina in costruzione – ultimo aggiornamento 6 dicembre 2025]
ttps://www.addeditore.it/catalogo/mirko-capozzoli-gian-maria-volonte/
Che emozione (e che sensazioni dà) vedere la casa di Volonté a Roma, dove ho vissuto abbastanza felicemente per alcuni anni tra studio e lavoro.
Ricordo che – con un certa dose di infantilismo – avevo in mente di fare un “giro turistico” a caccia dei luoghi romani che aveva frequentato per lavoro o per piacere e dove aveva vissuto/battagliato/gioito, e la mia fidanzata di allora mi prendeva graziosamente in giro dicendomi che avrebbe preparato uno zaino con la colazione a sacco, cartine della Città con indicazione dei punti dove fermarsi ecc.
Da allora la conoscenza e ammirazione per l’Uomo sono cresciute a tal punto che adesso ho anch’io intenzione di far qualcosa per ricordarlo, almeno nella mia città.
p.s. sono angelo da agrigento, ci eravamo scritti tempo fa su wozzup e scambiati qualche vecchio articolo, rileggo sempre con grande piacere il tuo fondamentale libro.
Ciao Angelo, ricordo benissimo i tuoi messaggi. Grazie mille per il tuo commento, restiamo in contatto, chissà che un giorno non venga in Sicilia a presentare il libro. Un abbraccio.
comincia a collaborare con alcune compagnie a gestione familiare. Volonté era introverso, aveva una cadenza torinese, e il suo modo di stare in scena, dovuto alle esperienze teatrali precedenti, non è apprezzato da tutti gli insegnanti- cit.
Domando in attesa di una sua risposta,si può sapere di più su queste famiglie teatranti con cui ha lavorato?grazie.
Volonté prima e durante l’Accademia lavorò con la compagnia di Mario Ruta, la compagnia D’Origlia-Palmi, quella dei fratelli Mino e Furio Suffer, e quella di Lorenza Pellerani.
Interessante. Manca però totalmente il suo impegno sociale e politico, quello vero per cui è ricordato è stimato anche come uomo. Personalmente non conoscevo l’esperienza di consigliere regionale, la cui brevissima durata è coerente con la generosità del personaggio, e la sua coerenza.
Hai ragione, ma questa pagina vuole solo riportare alcune informazioni in breve. Per tutto il resto, impegno politico compreso ti rimando al mio libro. Grazie per il commento.
Grazie di tutto.
La chiesa in Corso Garibaldi si chiama Santa Maria Incoronata, non dell’Incoronata.
Grazie mille per l’indicazione. A suo tempo ebbi lo stesso dubbio ma la diocesi mi scrisse di mettere “dell’Incoronata” e dunque…
Forse in diocesi ci sono dei pugliesi che si ricordano della loro Madonna dell’Incoroneta. Ma questa antichissima chiesa è Santa Maria Incoronata, cosī appare su cartine, siti ed enciclopedie, e se non basta è scritto anche nel pannello fuori, che si intravede anche su Google Street View.
Altra cosa: mi sarebbe piaciuto trovare in rete notizie su questi nonni materni Bianchi industriali di profumi e detersivi, ma zero assoluto. In genere si trova notizia di qualunque industriale milanese del passato, ma probabilmente in questo caso questo cognome così diffuso non aiuta.
Dario hai ragione, è un errore. Per scrupolo mi sono andato a recuperare la risposta ufficiale della diocesi, tra l’altro firmata da persona autorevole. Nel documento che mi fu inoltrato è scritto per ben due volte “dell’Incoronata”. In questo caso ho sbagliato a dare per scontato che fosse l’informazione corretta, ma insomma la fonte mi pareva non secondaria.
Per quanto riguarda la famiglia Bianchi, ho fatto lunghe ma infruttuose ricerche. Pensa che andai a cercarmi anche i vicini di casa, ma non trovai assolutamente nulla. Purtroppo gli unici discendenti diretti di quella famiglia sono Giovanna Gravina Volonté e sua cugina Saba, figlia di Claudio. Negli archivi cittadini non ho trovato nulla di rilevante.