La classe operaia va in paradiso (1971), diretto da Elio Petri e scritto insieme a Ugo Pirro, rappresenta uno dei vertici del cinema d’impegno civile italiano. Il film, vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes, fu il risultato di un percorso di preparazione profondamente immersivo che coinvolse Gian Maria Volonté in un’indagine diretta sul campo, prima davanti ai cancelli della Fatme di Roma e poi nelle fabbriche del Nord Italia, tra operai, sindacalisti e dirigenti.

Cinema e realtà: le riprese alla fabbrica Falconi di Novara
L’impresa più ardua per la produzione fu ottenere il permesso di girare in un vero stabilimento. La scelta cadde sulla Falconi di Novara, una fabbrica di ascensori in amministrazione controllata. Questo luogo divenne un singolare intreccio tra cinema e realtà: la troupe affittò l’edificio dal tribunale e assunse veri operai e studenti come comparse. Lo stesso Volonté visse questo clima di agitazione sociale partecipando attivamente ai presidi, come quello davanti al carcere di Verbania o l’occupazione del municipio di Novara nel gennaio del 1971. Come dichiarato dallo stesso attore:
Per l’operaio della Classe operaia, ho parlato a lungo nelle fabbriche, delle malattie specifiche alla loro condizione, come la nevrosi, l’artrite deformante, le infezioni polmonari… Passo in seguito a una preparazione di tipo critico-analitico del personaggio, della sua psicologia: e questo mi porta a determinare l’atteggiamento generale che devo assumere nel film. Poi ci sono i normali rapporti dialettici che devono stabilirsi tra l’attore e il regista: discutiamo fino ad arrivare insieme ad avere la visione del problema da risolvere, essendo ovviamente inteso che è il regista in ultima analisi a decidere e a dirigere. […] Come fa un attore ad arrivare a rendere questo o quel personaggio è molto difficile da dire, è quasi impossibile perché io posso spiegare come lavoro, ma poi c’è sempre qualche cosa che non è puntualizzabile. (Gian Maria Volonté)
Lulù Massa: il volto dell’alienazione e il cottimo
Il protagonista è Massa Ludovico, detto Lulù, un operaio di trentuno anni con sedici anni di fabbrica sulle spalle. Lulù è il simbolo del “cottimista indefesso”, un uomo la cui esistenza è scandita dai ritmi della produzione, apatico davanti al televisore e svogliato nel mangiare. Accanto a lui troviamo una straordinaria Mariangela Melato nel ruolo della compagna parrucchiera, con cui Lulù vive un rapporto ormai privo di desiderio, specchio di una vita svuotata di umanità.
Il Militina e la presa di coscienza
La vita di Lulù s’interrompe quando perde un dito al tornio. Questo incidente, unito all’incontro con il Militina (un immenso Salvo Randone), collega finito in manicomio, gli rivela il non senso della sua esistenza. La scoperta della propria condizione di sfruttato porta Lulù a una trasformazione radicale: non è più lo stesso, vede la fabbrica e i sindacati con occhi nuovi, arrivando allo scontro e al licenziamento. Cerca solidarietà da alcuni giovani studenti ma deluso, si accorge della loro pochezza ideologica. Abbandonato anche dalla compagna e apparentemente sconfitto, si avvia lentamente a riacquistare dignità e sensibilità di un essere umano.

L’analisi del finale: il sogno del paradiso e la catena di montaggio
Nel finale, Lulù viene riassunto grazie al sindacato, ma la vittoria è amara. Il cottimo è abolito, ma al suo posto arriva la catena di montaggio, un’altra forma di alienazione. L’ultima scena, tra il rumore assordante delle macchine, mostra Lulù ormai sull’orlo della follia mentre racconta il sogno di un muro abbattuto in paradiso: una condanna eterna alla propria condizione. Elio Petri descrisse così il senso dell’opera:
L’operaio è semplicemente una creatura umana e dentro di lui passano molte delle scissioni che passano in ciascuno di noi […]in un certo senso, è quello che soffre di più tutte le contraddizioni, costretto com’è ad assumere un modello borghese dato che la società dei consumi lo obbliga per la sua stessa sopravvivenza a diventare un consumista, ad aiutare in qualche modo lo stesso sistema capitalista. Io raccontai quella che era la storia di tutti, di come in questa società non si possa vivere che nell’alienazione. (Elio Petri)
La recitazione di Volonté: il corpo come metafora della macchina
In questo film, Volonté è il protagonista assoluto. La sua abilità consiste nel restituire stati d’animo con una mimica facciale magistrale. Petri insiste sui primi piani, trasformando il volto di Volonté in una maschera imbrattata dall’eccesso di adesione al lavoro.
-
Il ritmo del cottimo: I gesti di Lulù sono meccanici e ripetitivi, quasi dei tic.
-
La simbiosi uomo-macchina: Il corpo diventa una metafora della fabbrica. Lulù urla lo slogan provocatorio “Un pezzo un culo” per mantenere il ritmo, trasformando la macchina in un feticcio che sostituisce l’organo sessuale e il desiderio umano.
La scena del discorso: la tecnica attoriale
Nella celebre scena dell’assemblea, Volonté offre un assolo di tre minuti. Per rendere Lulù quasi afono e smarrito, l’attore:
-
Modifica la postura: Arca la schiena e insacca la testa tra le spalle per parlare al microfono basso.
-
Lavora sulla voce: Utilizza una parlata sgrammaticata con cadenza lombarda “castrata”.
-
Lo sguardo: Gli occhi osservano l’infinito in un’espressione di smarrita fissità.
Rossi, in una monografia dedicata a Elio Petri, elenca acutamente le diverse emozioni del personaggio:
Lulù trascorre dall’abbrutimento (il risveglio, il discorso sul corpo-fabbrica merda) alla paranoia (il ritmo del cottimo), al ridicolo (la sua esasperata cadenza lombarda “bianca”, fonicamente castrata), alla commozione (i rapporti con il figlio), alla disperazione (il licenziamento), alla solitudine (l’abbandono della donna con cui vive, dei compagni), alla follia infine (il racconto del sogno dell’abbattimento del “muro” agli altri compagni).
La classe operaia (non) va in paradiso
Volonté rivela sul volto di Lulù il terrore del presente e l’angoscia del futuro della classe operaia perché, come dice il protagonista, la pompa si è rotta e non c’è più verso di aggiustarla.